Il poeta senza radici

«Ti piace il jazz?» Eh, una bella domanda a cui, francamente, non penso di saper rispondere. Certo, mi piacciono Miles Davis, Sarah Vaughan, Thelonious Monk, ma il punto è che considero l’approccio alla musica di questi signori propriamente “poetico” e il fatto che si muovano su stilemi normalmente conosciuti come “jazz” a me pare un fatto irrimediabilmente secondario.

«Uh, che puntualizzazione inutile!» Beh forse, visto che ascolto piuttosto di frequente artisti come quelli succitati, avrei potuto rispondere di sì senza aggiungere altro. Però, accidenti quante serate mortalmente noiose trascorse in locali in cui, proprio quella sera, “facevano jazz”! È tutto qui il problema; quella sera, in quei locali, c’era sicuramente qualcuno che cercava di rispolverare certi stilemi, però – ahimé – non c’erano poeti. Ecco perché non so dare una risposta alla questione se il jazz mi piaccia o meno. Di più, la mera osservanza di un qualche canovaccio stilistico, a mio modesto avviso, non basta (forse non dovrebbe mai bastare) perché si possa parlare di jazz, di rock, di blues o quant’altro. Quando si menziona un genere, si dovrebbe in qualche modo sottintendere “un modo di far poesia che si avvale di certi stilemi”, che li predilige. Se manca la poesia, la motivazione, la forza espressiva, perché perdersi in chiacchiere vuote? Rimangono solo scheletri, carcasse vuote di opportunità poetiche: quelle vivisezioni confinate alla sterile teoria che affollano, forse inutilmente, i libri di scuola.

Se tutto questo suona come un atto d’accusa nei confronti dei difensori dello stilema in quanto tale, benissimo: mi assumo più che volentieri la responsabilità di questa ingiuria, neanche tanto implicita. Ho in mente i numerosi sapienti, con gli occhiali sul naso e lo sguardo penetrante, che sono tragicamente riusciti nell’intento di ingessare quella corrente fervida, creativa, prorompente, talvolta eversiva che il jazz aveva inteso essere all’atto della sua stessa genesi; ecco, questi zelantissimi avvocati difensori del jazz rischiano paradossalmente di diventarne i persecutori più spietati, visto che il miglior modo di smentire lo spirito di ciò che era nato come “un percorso di liberazione interiore” (rubo l’espressione a John McLaughlin) è proprio quello di confinarlo ad uno stilema imbalsamato, sordo alle vivide tensioni del divenire, al background geostorico di ciascuno di noi e del suo proprio DNA. Ecco dunque che l’opera in cui un ispirato Jan Garbarek riveste delle sonorità che gli son care i canti medievali della sua Norvegia, invece di rappresentare l’abbandono o il tradimento della strada tracciata da Duke Ellington o da Charlie Parker, potrebbe a buon diritto considerarsene il corollario più compiuto.

È su questa falsariga che mi piace omaggiare l’amico e collega Gianluca Minguzzi, valente compositore, fine musicista, poliedrico e insofferente alle facili omologazioni. A molti della mia generazione è toccata l’accusa di essere senza radici, senza spirito nazionale, ecc.; ma il paradosso è che la permeabilità alle svariate influenze culturali che l’odierno panorama consente dovrebbe essere riconosciuta come una radice di per se, il segnale di uno spirito curioso e disponibile, nel senso più profondo dei due termini. Basta così poco per sentirsi rivolgere questa strana accusa: a metà ’900 era sufficiente provare una spontanea, sincera viscerale empatia per coloro che, di là dall’Atlantico, stavano riscattando a dignità di stile le loro urgenze espressive in ambito musicale; una volta metabolizzato l’indigesto jazz, in tempi più recenti qualcuno ha pensato di farsene il gendarme, e così l’accusa è stata via via dirottata su quelli che osavano risintonizzare le loro orecchie sull’aldiquà dell’Atlantico. Se a qualcuno, per un certo periodo, New Orleans era apparsa troppo distante dalla vecchia e imprescindibile Europa, è poi arrivato il turno degli immancabili museologi che han potuto prendersela con chi volgeva nuovamente lo sguardo alle tradizioni del nostro continente. Perché non azzerare il problema, individuando in quella “viscerale empatia” la naturale ed eterna attitudine che ha consentito agli esseri umani di ogni tempo di riconoscersi nelle vicende artistiche altrui? Dove sta la discontinuità, o dove dovrebbe stare?

A me piace ricordare che le contaminazioni non hanno mai cessato di esistere, di là da ogni possibile fossato o schieramento: Leo Bernstein, per dirne una, era molto attento al percorso di un nostro conterraneo autore della Bohème e di tante altre pregiate pagine sonore. Ed ecco, al proposito, riaffiorare le radici, in tutta la loro imprescindibile ovvietà: per come lo conosco, potrei dire che Gianluca ha assunto la musica di Puccini assieme al latte materno e credo che difficilmente il suo cuore e i suoi neuroni potranno mai dimenticarsene. Il disegno melodico, in effetti, è propriamente un suo tratto distintivo e pressoché involontario: un tratto che ne qualifica la cifra stilistica a dispetto del suo stesso eclettismo, della sua propensione all’ascolto dei compositori minimalisti d’oltreoceano.

Roberto Alvino